1. CANUTI E’ BAMBINO

 

 

Sono le otto e sta uscendo di casa. E’ un bimbetto di undici anni, braghe corte e sandalini, un pallone sottobraccio.

Corre verso il campetto, perché corre sempre.

Gioca a calcio con gli amici, scalzo. Si sbuccia l’alluce, ma stringe i denti e continua a giocare, ci vuole altro che un dito insanguinato per fermarlo.

Poi passa un carro carico d’uva, lo raggiunge di corsa, sempre di corsa si riempie la bocca e le tasche di grappoli, un po’ anche da portare a casa. Il contadino lo vede e comincia a inveire e allora via verso casa, di corsa, sempre sempre di corsa. Oggi la Peppina ha promesso che frigge un po’ di gnocco per tutti i ragazzini del condominio.

Sono gli anni ’40: da piccoli si diventa grandi alla svelta, non c’è solo il divertimento, bisogna lavorare. E il nostro bimbetto di lavori ne ha già uno: fa il garzone da un barbiere. Lo vengono a prendere col camion e lo portano in caserma a fare la barba ai tedeschi. E’ benvoluto: è sveglio e svelto nel lavoro.

Chissà quanti ce n’erano all’epoca di bambini così, il nostro però era un po’ speciale: era Ermanno Canuti.

Se non avesse incontrato l’arte in modo casuale, perché il suo padrone era un appassionato – e commerciante – di pittura, probabilmente non avrebbe trovato il modo di incanalare tutta l’energia che aveva in corpo e diventare il bravo pittore che è stato.

(…) Nessun grande artista vede mai le cose come sono veramente. Se lo facesse, smetterebbe di essere un artista. (…)

 

(Oscar Wilde, La decadenza della menzogna, ed. Filema)

Canuti al lavoro.

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