9.  UN PITTORE LIBERO

 

 

Canuti aveva quella sua maniera quotidiana di osservare e di creare. 

La tavolozza lo chiamava sempre con urgenza. I suoi quadri nascevano con impeto: era abituato a fermare in fretta le immagini che gli galleggiavano in testa.

Non faceva mai schizzi o disegni che possano imprigionare i colori, che invece devono scorrere, fluttuare, fermarsi a seconda del vento e del sole che gira. Divideva gli spazi delle tele con tratti energici, spalmava i colori, attento e intenso, usava i pennelli contropelo. I quadri crescevano veloci.

Però nei primi giorni di vita erano mobili. Le immagini non si fermano subito. C’è un viavai di entrate e di uscite di scena, una ricerca di equilibrio. Gli spazi fluttuavano, i cieli mutavano, le ombre si allungavano.

Un contadino usciva, oppure entrava in casa, la strada cambiava direzione. A volte il quadro del giorno prima non lo si riconosceva più. Come un bambino appena nato che cambia espressione e rapidamente diventa grande.

 

 

Vivere, nel vivere non c’è alcuna felicità. Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo. Ma essere, essere è felicità. Essere, trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l’universo cade come una tiepida pioggia. 

(Milan Kundera, L’immortalità)

Caro Ermanno,

Tu non eri un disegnatore. Non ti ho mai visto tracciare sulla tela una minima bozza, a volte qualche scarabocchio col pennello per ipotizzare dove volevi le cose.  I tuoi quadri nascevano in pochissimo tempo. Anche in un’ora. A volte in un pomeriggio ne facevi due. Poi transitavano in bottega, sul lavandino/cavalletto davanti al quale hai passato mezza vita. Qui a volte richiedevano solo qualche ritocco, a volte erano soggetti ad una vera rivoluzione. Le immagini non volevano fermarsi, irrequiete come te, cercando un bilanciamento definitivo. Cadeva o spariva la neve, le galline arrivavano o tornavano nel pollaio, edificavi o abbattevi una casa in un minuto. La luce del mattino diventava tramonto. Finché non trovavi una luce vera, un buco d’ombra che profondo tirava fuori gli altri colori. Tutto questo con una rapidità di intuizione e realizzazione pratica impressionanti. Quanta natura  e quanti paesaggi avevi in testa. A volte ti chiedevo se volevi una foto di qualche bella inquadratura che vedevamo, tanto per ricordarti quando tornavi in bottega, ma mi hai sempre detto di no, che tanto avevi già visto com’era.  Per una come me che sa dipingere solo con il soggetto davanti era impensabile una memoria simile, un’infinita tavolozza sempre in linea.

Zitto zitto zitto

ascolta il chiarore glaciale delle stelle,

annusa la massa potente del mare

pesante come i pensieri di adesso,

guarda il vento

che strappa i nostri caldi mantelli,

che annoda i capelli lisciati

per la festa di domani,

nulla ha pace.

Solo le nostre gambe

piantate sulla terra

non sanno muovere un passo.

 

(Fabrizia Sarti)

Giardino primaverile

Canuti dedica questo dipinto al suo giardino preferito.

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