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6.DIPINGEVA QUASI OGNI GIORNO

 

Canuti dipingeva molto, il tempo lo dedicava a migliorarsi.

Perché era critico con se stesso, nonostante il livello eccellente del suo lavoro.  Questo non vuol dire che non fosse orgoglioso delle sue opere e che non godesse delle gratificazioni che riceveva, ma che era incapace di stare fermo ad autocontemplarsi, gli avrebbe tolto energia. Era più forte il desiderio di superare se stesso, di arrivare a sempre più alti traguardi, mirando alla perfezione.

E non conta che sia un obiettivo umanamente irraggiungibile, quello che vale è dedicare amore e dedizione alle proprie imprese.

Come andrebbe diversamente il mondo se tutti cercassero di fare le cose al meglio... Canuti voleva che i suoi quadri brillassero di luce, che avessero un respiro, il grande proliferare di opere è il sintomo di questa ricerca irrefrenabile.

 

Il vero raccolto della mia vita quotidiana è qualcosa di altrettanto intangibile e indescrivibile dei colori del mattino e della sera. È un po' di polvere di stelle afferrata – un segmento di arcobaleno che abbiamo preso con una mano.

(Henry David Thoreau, Walden) 

flower_07.jpg

Mi lascio piovere dentro

le piogge grigie di novembre,

raccolgo i vapori opachi

che si condensano sui pensieri.

Amo il freddo

che mi apre le fessure

dell’anima.

 

(Fabrizia Sarti)

Caro Ermanno,

molte volte hai tentato di coinvolgermi, quando dipingevi ad olio, perché sapevi che mi è ostico. Mi manca la tecnica per addomesticarlo fino a renderlo liscio e levigato come voglio, perché la manualità ce l’ho con l’acquerello e cerco sempre quell’effetto pulito e leggero. Ma a volte mi avevi visto cercare più violenza e incisività nel colore e mi sgridavi per non voler provare un mezzo più adatto ad esprimerle. Dicevi che con “la materia” anziché  l’acqua  è tutta un’altra cosa. A volte, dopo aver dipinto, lasciavi il cavalletto in fondo al cortile con una tela bianca, mi dicevi di provare a fare qualcosa e ti defilavi. Non ce l’ho mai fatta. Io non ho i paesaggi in testa come avevi tu, e sono molto debole con i verdi, i cieli non li so concepire con tutti i colori incredibili come facevi tu, non hanno l’atmosfera dei tuoi. Mi mettevi  a disposizione i tubetti di colore più pregiati, ma mi sentivo come una che non sa neanche cucinare un uovo sodo proiettata nella cucina di un ristorante.  A volte penso che avrei potuto osservarti di più mentre dipingevi. O meglio: ti osservavo, ma solo perché mi affascinavano le tue evoluzioni e la tua sicurezza.  I dettagli di come miscelavi i colori, di come usavi il pennello erano marginali. Eppure avrei potuto farmi spiegare qualche accorgimento, ma ti avevo sentito troppe volte dire: mi chiedono di venire a lezione di pittura, ma  come si fa ad insegnare l’arte?  è una cosa che devi avere dentro. Questo messaggio lo avevo ben recepito. Io so di non avere dentro nessuna vera arte e poi  la tua pittura non era la mia, avrei potuto solo imitarti. L’inclinazione anche inconsapevole di imitare il proprio maestro e di diventare la sua brutta copia, ammesso che ci fossi arrivata, credo sia inevitabile. Ricordo un aneddoto che mi raccontavi. Uno dei tuoi amici pittori, il grande Bazzani, con il quale andavi sempre a dipingere, un bel giorno disse: adesso basta dipingere sempre le stesse cose, sempre con lo stesso stile… mi sono stufato, oggi voglio provare a fare qualcosa di assolutamente nuovo. Con questa intenzione, dipinse un quadro. Alla fine, lo mostrò agli amici dicendo (in dialèt arşân): ecco…gh’è gnû fōra la solita başanèda! (ecco… c’è venuta fuori la solita bazzanata!)

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Canuti sta interpretando un paesaggio immobile sul Po.

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