3. IN BOTTEGA, GIUGNO 2012

Passavi davanti al negozio e lo trovavi là, sulla  poltrona da barbiere, con la  sua sigaretta sottile e come sempre un sapore di caffè in bocca. Era assorto, pensava. Era sempre inquieto e dinamico, ma sapeva darsi il tempo per pensare.

In quei momenti poteva essere un asceta, un buddha. Così in contrasto con la sua personalità impetuosa, ma aveva dentro due anime. Nella vita quotidiana scalpitava sempre, ma nelle tregue sapeva pensare, quieto e riflessivo. 

Saper pensare, uscire dai gesti ripetuti che non portano a nulla. Un privilegio che non tutti sanno concedersi.

Forse è il punto di arrivo dell'età matura, in cui conta di più l’essenza, in cui non si ha paura di stare soli con se stessi.

Eppure, appena ti scorgeva arrivare attraverso la vetrina, si accendeva, era già di nuovo un vulcano in ebollizione, ti veniva incontro con il suo fare allegro-scherzoso-burbero-esuberante-insofferente da far girare la testa. 

Come poteva non essere un creativo, con un simile temperamento?

Eppure, mentre dipingeva all’ombra di un albero, diventava così poetico, estraniato, come se calasse sul suo vulcano una sorta di pace, ti chiedevi se respirasse, così assorto in mezzo alla luce, al vento, con il pennello in mano che diventava una prolunga del cuore.

(...) non andò a casa, ma prese una strada che usciva dalla città. Non vedeva nulla intorno a sé, non sapeva se fosse autunno o inverno, se stesse camminando sulla riva del mare o lungo una fabbrica; del resto era molto tempo che non viveva più nel mondo; il suo unico mondo era la sua anima. (...)

 

(Milan Kundera, L’immortalità, ed. Adelphi)

Canuti taglia i capelli in mezzo ai quadri

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