Ermanno Canuti

barbiere e pittore innamorato

Enrico Manicardi e Fabrizia Sarti

(Strenna del Pio Istituto Artigianelli del 30/11/2012)

Nelle famiglie patrizie dell’impero romano, i pittori addestrati a far barba e capelli ( Pictor et Tonsor ) erano di casa fino a che, salvo qualche rara eccezione nel rinascimento, l’usanza si era perduta per affidare ai barbieri ben  altri compiti “assai delicati” per conto di Illustrissimi Signori, Cavalieri e Commendatori.

Nell’età della peste, il seicento e, più tardi, nell’età dei lumi, Cerusici e Pittori, Dotti e Sapienti, avevano percorso le Corti Regnanti e le Piazze popolane per tosar teste pidocchiose, cavar denti, liberar interiora intasate e propinare elisir di lunga vita. 

Ermanno Canuti con questi personaggi, alchimisti, guaritori, ciarlatani, impostori e zerbini non c’entra proprio, ma con i Pictor et Tonsor delle Domus romane c’entra, anche se a modo suo, perchè Lui (Ermanno) è uno spirito libero; probabilmente un liberto: uno che discende da uno schiavo liberato.

Mi permetto tanta licenza perchè a Ermanno sono legato da antica amicizia che comincia nella Ducale via Francesca ( fra Fogliano e Borzano ) negli anni 70 del secolo scorso, quando vedo sul prato collinoso, alcuni pittori che dipingono“en plein air”, e rimango folgorato. Era dagli anni 40/50 che, dopo aver visto più volte l’indimenticabile Walter Iotti “al lavoro”, lungo il Crostolo, non mi capitava l’emozione di vedere esseri umani, ormai fuori dal tempo e dalle mode, alle prese con i cavalletti, le tele, la trementina, i colori ad olio e il Maestro (forse Carlo Bazzani) che “insegna” e  regala  la gioia di dipingere in libertà, senza vincoli e inibizioni, mossi soltanto dalla scuola della vita e da una isopprimibile passione per il “paesaggio”, epigono di un novecento naturalista e verista sconfitto dalle avanguardie informali e concettuali. 

Nella “testa” di Ermanno,l’arte del paesaggio e della pittura in genere, sono sempre state di casa, apprese da giovinetto, garzone nella Barberia di Gazzotti ( Ubaldo per gli affezionati clienti) in via Toschi, più verso la Piazza, dove la borghesia reggiana passava a darsi una “sfoltita” e parlar d’altro; cioè di tutti , di nessuno e di pittura. 

E così più tardi, il pittore nascosto viene fuori e prova a dipingere come se fosse stato “compagno di scuola d’arte” di Giuseppe Tirelli, di Ottorino Davoli e Giuseppe Menozzi, o di Walter Iotti e Ariello Ferrarini, oppure di Galileo Scorticati e Remo Tamagnini o di Carlo Bazzani che, accettando con piacere la presenza, al suo fianco, di Ermanno Canuti, nelle scampagnate col cavalletto, qualche “lezioncina” glie l’ha potuta dare, ma con discrezione. Ermanno infatti, pur osservando attentamente e con ammirazione la bravura del maestro, è uno che da sempre è “imparato di suo”, da quando cioè, ancora in braghe corte, ha cominciato a discutere di pittura e, crescendo con gli anni, ha imparato a conoscere la storia dell’arte; a frequentare le mostre nazionali, a studiare i grandi del 900 e a  giudicare con proprietà di linguaggio. 

Insomma è uno che “sa il fatto suo” e nella bottega, di via Toschi 9/a, a pochi passi da Palazzo Pratonieri (che una volta era la Cassa di Risparmio) si va per “capelli”, per rievocare personaggi e aneddoti della vecchia Reggio, ma soprattutto, per  “concionare” di pittura e di pittori, così come ai vecchi tempi della Barberia di “Ubaldo” Gazzotti e, in tempi più recenti,nella bottega di Ermanno, con gli amatissimi Iotti, Ferrarini, Scorticati, Bazzani e Remo Tamagnini.

Cioè gli Alunni del Chierici degli anni 30 che a Canuti hanno trasmesso il “furore di dipingere” alla maniera della prima metà del 900, tanto che Lui, ancora oggi, dipinge l’estate calda che odora di fieno, o gli inverni lividi e nevosi dei nostri borghi Matildici.

Se il Barbiere Pittore di via Toschi avesse bottega nel cuore di Roma, o di Firenze, sarebbe meta di flussi turistici organizzati con gruppi di “Americani” assetati di “pitture” romantiche e forse, Ermanno, avrebbe le budella d’oro, ma sicuramente non sarebbe più Lui che invece, avendo solide radici reggiane, si compiace di essere l’epigono di quel 900, di Maestri e cavalletti, che oggi vive a fatica nelle botteghe antiquarie e nelle ricorrenze centenarie dei nostri artisti di casa.

E a questo punto passo la penna a Fabrizia Sarti che ci racconta l’Ermanno“ innamorato”. Scoprite voi di chi.

Ermanno è innamorato. Non di qualco­sa o qualcuno in particolare... di tutto, piuttosto.

un sopracciglio verde, qualche ra­metto tra i capelli e un nuovo qua­dro in mano. Lo appoggia sull'erba come per fargli assorbire il calore della terra. Si siede a guardarlo ai bordi del prato, dove sono nati spontaneamente un frassino, un noce, addirittura un melo cotogno, questo grazie agli uccelli, agli sco­iattoli, al vento ... Si gode questo giardino "democratico" dove c'è posto per tutti, dove la lavanda indisturbata stende il suo drappo viola sulla panca che diventa ina­gibile, le fragoline selvatiche si in­trecciano con l'aglio e i papaveri fioriscono accanto al cavolo nero. Amori che nascono così, imprevisti.

Ermanno subisce tutto il fascino di questa ordina­ta confusione di verde e di fiori, degli scorci che si creano nelle varie stagioni e nei vari orari della giornata, a volte non si dà pace che una luce gli stia scappando, così la sua mano tesa segna veloce la tela, compone un mondo e lo ferma.

Quante volte lo sento dire: che meraviglia. La stessa meraviglia che io provo quando ogni saba­to ritorno e trovo un gelsomino fiorito, i frutti che hanno preso colore, i capperi pronti da raccogliere. Ma anche quando trovo la prima neve e i gatti han­no tracciato in cortile le loro piccole trincee bian­che. E un mondo piccolo, ma un piccolo dove sta dentro il grande, in deroga alla noiosa regola ma­tematica. Ermanno viene a trovarci mentre lavo­riamo nell'orto, ogni volta con un nuovo stupore in mezzo alle prese verdi arruffate di forme, con i pennacchi degli ortaggi in semenza e la potenza degli enormi cardi argentati mischiati ai girasoli; tocca le foglie del cavolo quasi azzurre, le sfiora e dice: che bellezza. Sa afferrare i colori e riportarli sulla tela, ma il segreto della sua tavolozza è quel tubetto di luce, che non è in commercio, che soffia nei quadri vita ed energia.

C'è chi dipinge in preda ai tormenti dell'animo,ma non sarebbe possibile in questo giardino: per quanto riguarda Ermanno, penso che ad ispirarlo sia questa armonia esuberante e sconclusionata, un po' come lui, uomo e artista che si lascia cattura­re dalla magia senza resisterle. Così lo vedi lassù, tutto assorto, con il cappello di paglia se c'è il sole e sotto l'ombrello se per caso piove (ma cosa im­porta) davanti alla sua tavolozza che ha i colori delle spezie orientali, a dipingere montagne inne­vate anche davanti a un campo di frumento ma­turo, perché nella vita la cosa più importante è la fantasia.

Ermanno Canuti al lavoro in bottega
Ermanno Canuti e il pittore Remo Tamagnini (a sinistra) anni '80
Il pittore Carlo Bazzani (a sinistra) con Ermanno Canuti (anni '70)
Ermanno Canuti - "Banzolo, il rifugio del pittore", olio su tavola
Ermanno Canuti - "Estate a Banzolo", olio su tavola
Ermanno Canuti - "Mietitori a Banzolo", olio su tavola

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