Tutti i colori di Ermanno Canuti

(La Libertà - 31/10/2018)

Questa pagina ricorda Ermanno Canuti, il pittore e barbiere di via Toschi, a Reggio, deceduto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre a 87 anni. Il testo che segue è liberamente tratto dal libro ‘’Ermanno Canuti pittore reggiano’’ di Fabrizia Sarti, con il permesso dell’autrice.

Una cosa mi ha sempre colpito dei quadri di Ermanno Canuti: la luminosità che riusciva a far esplodere in essi, qualunque fosse il soggetto. Era nato nel 1931 a Reggio Emilia e negli anni 40 aveva già un lavoro: faceva il garzone da un barbiere. Lo venivano a prendere col camion e lo portavano in caserma a fare la barba ai tedeschi. Era benvoluto, sveglio e svelto nel lavoro. Incontrò l’arte in modo casuale perché il suo padrone era un appassionato, e commerciante, di pittura. Negli anni 70 i suoi migliori amici dipingevano:  Carlo Bazzani e Remo Tamagnini. Li accompagnava in collina perché non avevano la patente. Bazzani insisteva perché provasse a fare un quadro e un giorno si decise. Incominciò così. Aveva quaranta anni. Il noto pittore rimase stupefatto. In quella prima opera era già evidente una grande sensibilità per il colore.

Il giorno dopo Ermanno possedeva già la sua prima cassetta e da allora non ha più smesso di dipingere. Passi davanti al negozio e lo trovi là, sulla poltrona da barbiere, con la sua sigaretta. Punto di ritrovo la sua bottega  per un’ umanità varia. Nella barberia- atelier – bottega d’arte – salotto di Canuti il mobiletto tra i lavandini che dovrebbe ospitare pettini, spazzole, shampoo e gli altri strumenti del mestiere è diventato un tavolo da lavoro che deve essere sempre pronto. I pennelli  lo chiamano, eppure li maltratta, li grattugia sulla tela. La tavolozza lo chiama. I suoi quadri nascono con impeto, con i colori ha un rapporto viscerale. Colori della terra e delle spezie, garbo negli accostamenti e una grazia unica che le forme acquisiscono … Le sue spettacolari vigne d’autunno esaltano un tripudio multicolore. Canuti ha camminato tanto, con i piedi, con gli occhi e con l’anima. I paesaggi li ha immagazzinati. Ricorda perfettamente le luci, l’atmosfera di un luogo. Per questo può permettersi di dipingere un paesaggio anche in bottega, appoggiato sul mobiletto tra due lavandini, evocando. Pittura aperta, serena, basata sull’armonia,fatta di immagini dedicate alla natura, intrise dei suoi colori, dei suoi incanti lucenti e irresistibili. Paesaggi che fermano tanti oggi, perché non diventino mai ieri, perché restino sempre lì incollati sulla tela. Istantanee di momenti interiori, levigati da una mano sensibile e felice. Una ricerca continua, una sete di infinito ha pervaso le opere che ci ha lasciato.

Maria Alberta  Ferrari

Da dove comincio. Quale vocabolario contiene tutte le parole che mi servono. Sono alla mia scrivania, di fronte c’è la poltroncina dove Ermanno si sedeva quando mi veniva a trovare. Qui stava bene, ci legava un’amicizia grande, si parlava di tutto. Spesso non mi sentivo all’altezza della conversazione. Credo che capitasse a molti, non certo ai saccenti presuntuosi, che peraltro non aveva peli sulla lingua nel demolire. Perché Ermanno aveva sempre gli argomenti per stregarti: originali, appassionati, su ogni tema. Ti toccava rispettarlo anche se eri di opinione diversa. Perché non si è mai stancato di conoscere, di imparare, di riflettere, di valutare, di formarsi delle opinioni.

Opinioni proprie, profonde, motivate e mai sull’onda del pensiero uniformato. Questo perché ne aveva i mezzi. Grazie al suo intelletto maturo, ricercato, alla limpidezza con la quale sapeva analizzare, alla maturità sedimentata durante tanta vita. Che si parlasse della guerra, di politica, della gioventù, di storia, di arte, della società, del passato, del futuro. Perché osservava. Perché pensava sempre, la sigaretta sottile tra le dita, nella sua bottega di barbiere, seduto sulla poltroncina rivolta verso la vetrata dove aveva visto passare negli anni tanta umanità. Dove vedeva il mondo trasformarsi fino a diventare irriconoscibile, i giovani diventare vecchi, i nuovi giovani così diversi, così lontani da quella che era stata la sua adolescenza.

Già ometto a sette anni, in tempo di guerra, già responsabile della sua vita, già piccolo lavoratore mentre ancora frequentava le elementari. Raccontava che da bambino correva sempre, non sapeva cosa volesse dire camminare normalmente. Non sapeva allora che avrebbe continuato per tutta la vita a divorare la strada, la vita, le emozioni, le passioni.
Rimpiangeva spesso i bar di un tempo, non certo quelli dove si giocava a briscola tra un bicchiere di lambrusco e l’altro e dove oggi non si parla che di calcio, di rimandare a casa i migranti e si gettano vita e soldi nelle macchinette, ma quei vecchi bar che frequentava tanto tempo fa, che erano come salotti letterari, dove si sedevano insieme dottori, avvocati, ingegneri, professori, mischiati con la gente comune, dove si discuteva e si ragionava su tutto, si formavano le opinioni, si accrescevano le conoscenze, fermentavano sentimenti e cultura. Questo ambiente si era ricreato nella sua bottega, dove l’attrattiva era incentrata su di lui, sulla sua singolarità come persona, sulla sua ecletticità. Tagliava i capelli parlando di Giotto, di Botticelli, saltando a Garibaldi, alla politica internazionale, ricordando il passato con i vecchi amici. Parlava della sua Reggio. Ne conosceva ogni angolo. Ogni quadro che c’è nelle chiese, nei musei, ogni strada, ogni trasformazione. Un vero patrimonio storico racchiuso dentro di lui. A Ermanno non interessava compiacere gli altri, adulare per educazione o per interesse. Aveva il coraggio di essere quello che era. Anche scorbutico, ruvido, scostante, testardo. Da ragazzo o giovane uomo immagino fosse un tipo ribelle, ma le intemperanze della gioventù ci pensa la vita a decantarle e moderarle. Ma non aveva spento quel temperamento forte e vivace: era un artista, l’originalità gli sprizzava da tutti i pori. Che dire di Canuti come pittore. Era un artista di valore, creativo, caldo, abile, disinvolto, mai soddisfatto e sempre alla ricerca. A livello artistico ha passato la vita desiderando di oltrepassare i suoi limiti. Il compiacimento per quello che creava e il riconoscimento degli altri non placavano l’aspirazione di fare  di meglio, che lo teneva   sempre vitale e in fermento.

Restava sempre  giovane, non invecchiava: cresceva, e c’è una bella differenza. I quadri più importanti dei pittori reggiani sono passati dalle sue mani, li ha ammirati, valutati, commerciati, restaurati, a volte scoperti, con gioia grandissima. Ha organizzato mostre di pittura, nel mondo dell’arte, per la città, è sempre stato un riferimento che ora mancherà a tanti. Spesso pittori dilettanti, molte erano donne,  gli mostravano le loro opere per un parere. Se si trattava di croste senza valenza, se non c’era dentro traccia di estro, nessun soffio di arte, li demoliva con estrema sincerità. Alle donne diceva schiettamente di andare a casa a fare la fujêda, perché era meglio così; non sapeva rinunciare alla franchezza, senza mediazioni. Tante se ne andavano offese, altrettante riflettevano e diventavo poi sue amiche. Eppure stimava le donne, la nostra bistrattata categoria. Difficilmente un uomo riconosce con tanta ammirazione il nostro ruolo nella famiglia, la nostra dedizione, la nostra energia, la nostra capacità di tenere insieme le cose. Quando ne parlava, queste lodi mi mettevano in imbarazzo.

Qualche anno fa, non facendomi una ragione che non avesse mai pubblicato un libro di pittura con le sue opere, ho provato a realizzarlo io. Il prototipo lo ha entusiasmato, era una assoluta sorpresa. Lo abbiamo poi revisionato insieme, aggiungendo foto di quadri splendidi, per stamparne poi una piccola tiratura. La particolarità del libro erano i miei commenti, scritti col cuore e non certo con la professionalità di un critico e per questo un po’ fuori dai canoni. Un amico gli ha chiesto chi fosse questa  ammiratrice che aveva scritto i testi… perché sicuramente era innamorata di lui. La meraviglia che provavo verso la sua persona e la sua arte trasparivano dalle parole fino ad essere interpretate in quel modo…  il malinteso mi imbarazzava un poco, ma con Ermanno ne abbiamo riso tanto. Ora si sta riposando. La malattia lo aveva reso stanco. Aveva domato il suo corpo, lo spirito ha cercato di resistere. Ha avuto il tempo di congedarsi dalla sua lunga vita, certamente di soffrirne, ma cercando una serenità, una accettazione che credo che un uomo della sua maturità possa aver trovato.

Pochi giorni fa mi ha ringraziato per essergli stata amica, mi stava congedando con tenerezza ma io non volevo capire che mi stava salutando. Mi ha anche fatto notare che, dopo tanti anni, gli davo ancora del lei. Non se lo spiegava. Mi sono scusata, non era certo per mantenere una distanza che non esisteva, era solo una forma di riguardo, un retaggio della mia educazione un pò datata. Ora quella barriera è superata.

Ermanno, hai corso più forte di me e sei arrivato. Ti dedico una lacrima e ti dico arrivederci. In questo frattempo ti penserò tanto. 

Fabrizia Sarti

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