(…) All’uscita del campo e della foresta, che era autunnalmente spoglia e aperta alla vista, come se fosse stato spalancato un portone per dar accesso alla sua vacuità, cresceva bella e solitaria, unica, fra gli alberi, ad aver conservato il fogliame intatto, una rugginosa, fulva pianta di sorbe. Cresceva su un rialzo fangoso del terreno e protendeva verso l’alto fino al cielo, nella plumbea oscurità dell’intemperie  che precede l’inverno, i piatti corimbi delle bacche indurite. Gli uccelli invernali dalle penne chiare come le aurore di gelo, fringuelli e cingallegre, venivano a posarsi sul sorbo, beccavano lentamente, scegliendole, le bacche più grosse e, sollevando i capini, allungando il collo, le inghiottivano faticosamente.

Fra gli uccelli e l’albero s’era stabilita una sorta di viva intimità. Come se il sorbo capisse e, dopo aver resistito a lungo, si arrendesse, cedendo impietosito, e sbottonandosi desse loro il seno, come una madre al neonato: “ Che posso fare con voi! Ma sì, mangiate, mangiatemi pure. Nutritevi.” E sorrideva (…)

 

(Borìs Pasternàk, Il dottor Živago, ed. Feltrinelli)

Borgo reggiano

(…) e’ una montagna di mani in tasca e panorami lunghi, sei sicuro che una giornata così limpida non l’ha mai trovata nessuno e che nessuno ha mai visto così in là. (…)

 

(Fabrizia Sarti, rubrica Talpa Merlina, da “Il Cusna” rivista del C.A.I. di Reggio Emilia, 1994)

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